Solennità cristo re dell'universo (c)

«In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso» (Mc 11,43).

Portato in Paradiso, il malfattore viene sottratto agli sguardi cupi: quelli dell’indifferenza, della derisione, dell’insulto. Come gli ha suggerito la sua coscienza, si è meritato questi sguardi da parte della società. La sua condotta di vita non ha conquistato la stima sociale. A sorpresa, però, viene sottratto da questi sguardi e portato nel Regno in cui sta per entrare Gesù, tra le acclamazioni degli Angeli e dei Santi. Questo avviene nel Paradiso, ma viene anticipato sulla terra ogni volta in cui lo sguardo umano vede il peccato, ma non infierisce sui colpevoli. Il Regno di Cristo si diffonde sulla terra con l’ampiezza di sguardi misericordiosi.

don Giuseppe Pellegrino

XXXI Domenica del tempo ordinario (c)

«… dia una discendenza al proprio fratello» (Lc 20,21).

Dare futuro ai propri fratelli era prescritto da Mosè. Dare futuro alle prossime generazioni è ancora un imperativo contemporaneo. Consegnare a chi verrà una terra vivibile, una civiltà degna, comunità cristiane credibili … La sterilità ha impedito ai sette fratelli di assolvere al loro compito. Le difficoltà contemporanee impediscono a noi di garantire che il futuro sarà buono per chi verrà. L’angoscia della sterilità oggi è diventato un sentimento epocale e trasversale. La domanda dei farisei è anche la nostra: la terra, le conquiste di civiltà, le comunità cristiane avranno discendenza? La risposta di Gesù richiama l’impegno di Dio – non è dei morti, ma dei viventi – e insieme incoraggia ad assumerci l’impegno per il futuro, senza l’angoscia di vederne la piena realizzazione. C’è futuro nel progetto di Dio e, per questo, c’è speranza nell’impegno umano nonostante la reiterata esperienza di impotenza.

don Giuseppe Pellegrino

XXX Domenica del tempo ordinario (c)

«Per questa casa è venuta la salvezza!» (Lc 19,9).

C’è un’intera città da salvare, ma l’inizio è la casa di un peccatore! Aggirandoci tra i sette miliardi e mezzo di umani che affollano la terra, restiamo desolati nell’impresa di salvare la terra. L’infinità di nodi critici mette alla prova l’ottimismo dei messia. «Solo una metamorfosi ci può salvare!», ossia un miracoloso e improbabile cambiamento di tutto il sistema mondo, proclama un intellettuale contemporaneo come Edgar Morin. Entrato nella casa di un peccatore, Gesù annuncia che la salvezza è arrivata! La conversione di un cuore umano è una buona notizia per il mondo, più che l’arrivo di un messia o di una soluzione globale delle crisi economiche, sociali, ecologiche …. Certamente servirà ancora molto lavoro e molta responsabilità, ma la base è posta. Al contrario, senza conversione personale la salvezza del mondo resta lontana.

don Giuseppe Pellegrino

XXIX Domenica del tempo ordinario (c)

«… avevano l’intima presunzione di essere giusti … » (Lc 18,9).

Ai loro occhi i corrotti erano gli altri: i politici, i capi, gli operatori internazionali, i ricchi, i leaders religiosi … «Non certamente da noi vengono i mali della società, ma da altri». Così pensa, insieme ai farisei di un tempo, tanta brava gente. Riconoscere il proprio peccato è sempre difficile. Può essere relativamente facile dirsi peccatori in generale: «siamo tutti peccatori!». E’ difficile riconoscerlo in concreto: «io … sono peccatore!». Proclamare in piazza le colpe di tutta l’umanità non è difficile quanto sussurrare il nome dei propri peccati nel segreto di un confessionale. Per affrontare il peccato bisogna passare dalla voce tonante a quella flebile, dal plurale al singolare (dire: «io»), dal generale al concreto (dire: «questo è il mio peccato»).

don Giuseppe Pellegrino

XXVIII Domenica del tempo ordinario (c)

«… pregare sempre, senza stancarsi mai …» (Lc 18,1).

Ciò che stanca non è la fatica del lavoro, ma la perdita di speranza nelle proprie azioni, il sospetto che non abbiano futuro, che, in fondo, siano inutili. La preghiera, secondo il Vangelo, è l’esercizio con cui lo sguardo buca l’ombra della stanchezza. Nella società moderna ci sono folle di infaticabili, di persone occupate su molteplici fronti, di bambini iperattivi, su cui si riversano tonnellate di stanchezza. Essa si può scaricare in tanti modi, con il jogging o con la musica, con lo yoga o con i viaggi. Ma nessuna di queste pratiche sconfigge definitivamente la stanchezza dell’anima, se non alimenta la speranza in ciò che stiamo facendo.

don Giuseppe Pellegrino

XXVII Domenica del tempo ordinario (c)

«Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo» (Lc 17,15).

Dopo avere sofferto a lungo l’umiliazione della propria malattia, il samaritano è l’unico lebbroso che ritorna a inginocchiarsi ai piedi di Gesù. Gli altri non lo fanno. Prima, pur di guarire, avrebbero fatto qualsiasi cosa. Si sarebbero buttati ai piedi di qualsiasi guaritore. Superata la condizione di bisogno, basta! Vogliono godersi l’autonomia conquistata: non avere più bisogno di nessuno! Le malattie, le sofferenze, i bisogni penosi, a lungo andare, fanno piegare il capo anche ai più duri. Ma questo cambiamento può essere momentaneo e superficiale. Colui che torna a inginocchiarsi ai piedi di Gesù ha fatto un cammino interiore radicale: la sua umiliazione precedente si è trasformata ora in umiltà, in riconoscenza. Le più atroci sofferenze subite non sono sufficienti a scalfire il cuore umano, se esso non si converte a riconoscere la grazia che lo salva.

don Giuseppe Pellegrino

XXVI Domenica del tempo ordinario (c)

«Nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni … » (Lc 16,25).

Come mai non ti sono serviti a diventare umano? Hai avuto vestiti di porpora e lino finissimo, cioè stima e rispetto nella società. Hai avuto ogni giorno lauti banchetti, cioè non hai provato l’umiliazione straziante della fame, né la desolazione della solitudine. Tutto questo è mancato a Lazzaro, diventato bramoso come un cane per i morsi della fame. Simile più agli animali che agli umani! Si può scusare lui, che non ha raggiunto la soglia dell’umanità per le sofferenze patite. Sei inescusabile tu, che non sei diventato umano, pur avendone avuto tutte le possibilità! L’ultima offerta di aiuto per il ricco è stata la presenza di Lazzaro tra i suoi cani. Così malconcio, non l’ha neppure visto! L’ultimo appello per diventare umani è talvolta un volto sfigurato, che i nostri occhi faticano a vedere. Non perdiamo questa ultima occasione di umanità!

don Giuseppe Pellegrino

XXV Domenica del tempo ordinario (c)

«Rendi conto della tua amministrazione!» (Lc 16,2).

Tutto quanto abbiamo ci è dato in amministrazione. Possiamo certamente dire: «questo è mio!». Ma non possiamo aggiungere: «dunque ne faccio ciò che voglio!». «Mio» significa: «affidato a me!». Questo vuol dire, innanzitutto, custodire quanto ci è dato. Ma, subito dopo, significa saperlo trasformare in legami umani. Un bravo amministratore sa trasformare i barili d’olio e le misure di grano in strumenti per creare amicizia, benevolenza, solidarietà. Il tempo che ci è dato, la salute e le risorse del corpo, le nostre case, gli strumenti tecnologici che possediamo sono amministrati con saggezza se, mentre li utilizziamo, fanno crescere amicizia, compassione, solidarietà tra gli umani. Il Vangelo richiama l’umanità a rendere conto della propria amministrazione del mondo. Stiamo tessendo umanità?

don Giuseppe Pellegrino

XXIV Domenica del tempo ordinario (c)

«Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una … se ha dieci monete e ne perde una …?» (Lc 15,4.8).

Pochi uomini sono disposti a percorrere monti e colline per recuperare una pecora, avendone novantanove a casa. E poche donne spazzano l’intera casa per trovare una monetina caduta, avendone nove nella borsetta. E’ esagerato! Come pure è eccessivo festeggiare così tanto per così poco! Ecco il senso della misericordia: investire un impegno esagerato nel recuperare ben poco! I gesti di misericordia non cambiano il mondo, non invertono la tendenza, sono quasi del tutto inutili. Eppure, chi li compie vi mette il massimo della propria dedizione e del proprio entusiasmo, come se in quel frammento ricomposto il mondo intero ritornasse a splendere.

don Giuseppe Pellegrino

XXIII Domenica del tempo ordinario (C)

«Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare?» (Lc 14,28).

Costruire una torre, un ponte, un palazzo, una casa o una semplice tettoia richiede calcoli. Per intraprende una guerra militare o commerciale, politica o ideale, bisogna esaminare attentamente pro e contro. Le scelte umane vanno ponderate e ogni processo di decisione diventa infinitamente complesso. Allo stesso tempo, il padre e la madre da cui siamo nati non sono stati scelti. Così pure i fratelli, le sorelle e le circostanze della vita, croci comprese, ci sono venuti senza tenere conto dei nostri calcoli. I discepoli del Vangelo non sono esonerati dalla fatica di calcolare ed esaminare le conseguenze delle proprie azioni. Si preparano, tuttavia, ad adottare con amore la storia contingente. Primo: il padre e la madre, il marito e la moglie, i fratelli e le sorelle. Secondo: la propria croce. Terzo: le incognite di questa fede che non dice in anticipo a che cosa porterà 

don Giuseppe Pellegrino

XXII Domenica del tempo ordinario (C)

«Amico, vieni più avanti!» (Lc 14,10)

Il Vangelo non accetta l’inerzia! Certamente non approva l’arrivismo e la volontà di primeggiare. Tuttavia, non dà pretesti per restare nell’inerzia, nel comodo rifugio dell’ultimo posto da cui vedere e commentare amaramente il successo altrui. La sincera consapevolezza della propria miseria non può giustificare pigrizie mentali e spirituali. Anche se tu dicessi: «Sono povero, storpio, zoppo, cieco!», ci sarebbe chi ti risponde: «Amico, vieni più avanti!». E’ la voce di Cristo che riscatta l’umanità umiliata. E’ la voce amica di chi si pone come fratello e sorella di un’umanità povera, tentata di inerzia.

don Giuseppe Pellegrino

X
X
Facebook
Instagram
YouTube