Il segno della pace nella messa

paceLa sobrietà di questo gesto

La pace è una conquista fondamentale degli uomini di tutti i tempi e di ogni dove, è la condizione per poter realizzare un percorso di vita positivo. La storia dell’umanità è sempre stata segnata dalla divisone e dalla violenza, ma anche dal tentativo di stabilire accordi e regole condivise. Anche la dimensione biologica e psichica di ogni persona è un continuo tentativo di superare la condizione della precarietà e di mantenere un equilibrio necessario alla vita. La storia degli uomini e la storia di ogni uomo sembrano affermare la costante e progressiva ricerca dell’equilibrio e dell’armonia, di quella condizione che chiamiamo pace.

Gesù ha portato all’umanità un contributo fondamentale alla costruzione di un mondo nuovo; tutta la vita e la stessa morte di Gesù ci fanno comprendere che anche l’uomo può diventare capace di perdono, di dialogo, di misericordia. Gesù ci ricorda, inoltre, che la pace nasce dal dono dello Spirito, una presenza che rinnova la mente e il cuore delle persone che lo accolgono, e nella loro vita di ogni giorno cercano occasioni e gesti per disinnescare la violenza e l’ingiustizia intorno a loro e promuovono il dialogo e la riconciliazione. Gesù ha anche chiarito la ricompensa degli operatori di pace: chi si prodiga nel costruire le condizioni per la pace incomincia ad esere libero e felice, già su questa terra.

Anche la Liturgia ha voluto cogliere questo anelito del cuore dell’uomo, e attraverso il rito lo richiama e lo ripete ogni giorno; la celebrazione eucaristica ci invita a bere l’acqua viva che sgorga da Gesù, e il primo dono è proprio la pace. Il memoriale dell’ultima cena ci ripete le parole del Maestro: “Vi lascio la pace, vi dò la mia pace”, un dono unico che agisce nel profondo del cuore dell’uomo.

I riti della celebrazione eucaristica riservano uno spazio allo scambio di pace, reso visibile attraverso gesti concreti: un sorriso, una stretta di mano, un abbraccio… Ogni cultura ed ogni tempo hanno dato un diverso risalto a scambio. In seno alle nostre comunità, a volte, si sono consolidate delle prassi che forse sottolineano eccessivamente l’aspetto “orizzontale”, e forse a volte si dimentica che la concordia nasce sì dalla buona volontà delle persone, ma la vera pace dal sacrificio e dal perdono di cui Gesù ci ha dato esempio.

La liturgia ha un suo linguaggio e delle modalità espressive che vanno comprese e vissute con rispetto e attenzione; il Mistero celebrato può diventare veicolo di vita a costo che sia compreso e vissuto con l’adesione di tutto il nostro essere, il corpo e lo spirito.

L’8 giugno 2015 la Congregazione per il Culto Divino ha pubblicato ed inviato a tutte le Conferenze episcopali del mondo una lettera circolare, a proposito dello scambio della pace.

Gli otto punti della lettera intendono precisare due questioni di fondo.

  • la collocazione dello scambio di pace all’interno del Rito della Messa, prima della comunione e non prima dell’offertorio, come avviene in altri riti, ad esempio Ambrosiano, Bizantino, Siriaco;
  • alcune indicazioni che richiamano alla sobrietà del gesto.

La lettera del dicastero spiega, dopo una riflessione durata circa sei anni, le ragioni per cui il gesto di pace rimane collocato all’interno dei Riti di Comunione: costituisce un unicum armonioso con la preghiera del Padre nostro, l’embolismo che la prosegue, “liberaci da tutti i mali, concedi la tua pace ai nostri giorni”, e l’invocazione all’Agnello di Dio perché doni la sua pace. La stessa Eucarestia é considerata “per sua natura” il sacramento della pace, in quanto è comunicazione di vita, dono vitale per l’uomo.

Nella lettera si riconosce la grande sete di pace che hanno gli uomini; nondimeno fa notare che spesso, nel concreto svolgersi dei riti, questo lo scambio della pace assume forme, tempi e modalità che possono distogliere l’attenzione dalla vera sorgente della pace, l’Eucarestia. Ecco allora una serie di indicazioni che invitano alla sobrietà:

  • evitare uno specifico canto per lo scambio di pace, in quanto, a differenza di altri interventi con il canto, non costituisce un rito di per sé.
  • i fedeli sono invitati a non spostarsi da dove sono, per non creare confusione e distrazione;
  • il sacerdote deve rimanere all’altare;
  • lo scambio di pace deve rimanere un segno della pace di Gesù, quindi non deve diventare occasione per esprimere auguri, felicitazioni, oppure condoglianze.

Sicuramente qualcuno si chiederà se non siano un po’ troppo restrittive queste indicazioni. Nessun canto al segno di pace? Una stretta di mano e basta? Forse possiamo comprendere meglio queste indicazioni cercando di cogliere lo spirito della lettera, che invita ad alzare e allargare lo sguardo. La liturgia si esprime attraverso gesti e simboli, che per loro natura nascono dalla esperienza concreta, ma intendono tuttavia creare lo spazio di un incontro più profondo. Ecco, forse il clima più adatto a questo incontro non è l’esaltazione di gesti amichevoli o amorevoli, o il senso di festa un po’ troppo euforico, ma la sobrietà, che significa semplicità, e soprattutto la consapevolezza di voler aprire le mani per ricevere un dono prezioso, il pane eucaristico condiviso nella Comunione.

Lo spirito della lettera si coglie bene da due raccomandazioni finali. Ogni diocesi è invitata a curare la formazione delle sue comunità a comprendere sempre meglio il linguaggio e la ricchezza della Liturgia. Infine un invito che ci mette in guardia dal vivere il gesto di pace in modo superficiale o addirittura ipocrita. La commissione per il Culto ricorda che intercorre uno stretto legame tra la lex credendi, cioè la fede, la lex orandi, la dimensione della preghiera comunitaria e la lex vivendi, cioè le scelte che compiamo nella vita di ogni giorno. L’invito è impegnativo: la Pace che ci dona il Risorto, è un seme prezioso che va coltivato, per poter vivere e fruttificare. Richiede il lavoro paziente e costante del contadino, che quotidianamente cura questo seme, usando la sua esperienza, la sua abilità e anche il suo cuore, con speranza, passione e a volte coraggio. Per raccogliere i frutti della pace, ogni giorno dobbiamo coltivare i campi su cui la vita ci chiama: la famiglia, il lavoro, le relazioni, i progetti, la salute, la malattia… Il cammino del cristiano presuppone una crescita serena e feconda coltivando la spiritualità, la preghiera, la conoscenza, la bellezza, il dialogo, il perdono reciproco, la riconciliazione. Come possiamo scambiare il gesto della pace a messa se nella nostra vita costruiamo dei muri? Essere cristiani, ci ricorda papa Francesco, significa anche questo, costruire dei ponti, incessantemente.

Roberto Fresia

031759658-864a243d-1227-4ac2-b464-91e880bab0a5

X
X