Cantare con il cuore

miniatura«Cosa avviene nel cuore del singolo monaco durante la statio, quella silenziosa preparazione alla preghiera? Forse fa degli esercizi mentali per essere più concentrato? Al contrario! Egli, per essere più attento, si distende spiritualmente, cioè si rilassa. La vera concentrazione consiste, infatti, nel rilassarsi. Il cantore che vuole prepararsi ad una celebrazione liturgica, e che, invece di farsi venire crampi mentali, si rilassa, scopre l’immediata presenza del Signore, è rilassato nel Signore e ha il cuore in pace. Ora la liturgia può iniziare. Avendo il cuore in pace, il cantore ha la mente sveglia, percepisce nel suo intimo il senso più profondo delle parole che ha di fronte e, cantandole, dà loro l’accento che loro spetta, trasmette il loro senso, il loro impeto, la loro forza. Che siano le lamentazioni di Geremia o i salmi alleluiatici: li canta con la rispettiva espressione, si potrebbe dire “con tutto il cuore”. Gli ascoltatori se ne rendono conto oppure, almeno nel subconscio, percepiscono il messaggio e si sentono misteriosamente ospitati a pregare insieme a lui nel suo cuore. Sì, nel suo cuore. Certamente si sentono invitati a pregare anche nel proprio cuore, ma il fenomeno del canto è che, come il cantore apre la bocca, così apre anche il cuore. Ecco che egli lascia entrare gli ascoltatori. Lungi da un esibizionismo emozionale, si tratta, al contrario, di un pudore spirituale, con il quale il cantore manifesta la sua fede nell’attuale presenza del Signore hic et nunc. Infatti, il Signore è ora, in questo momento, qui presente come ascoltatore proprio di queste parole che stiamo sciogliendo sulle nostre labbra. E nella maggioranza dei casi è proprio la parola di Dio, la sua parola che riecheggia dalle nostre labbra. Questo fenomeno avviene anche quando il cantore, ben disposto, non ha il dono di una bella voce. Infatti, non è la qualità della voce che invita gli ascoltatori a pregare, ma il modo del cantore di aprirsi, di accogliere la presenza del Signore e di trasmettere il senso delle parole in coscienza e consapevolezza della sua presenza. Ahimè, non c’è dubbio sull’unanimità richiesta da san Benedetto: purtroppo la mente e la voce del cantore sono infallibilmente sempre unanimi! Questa è, infatti, la secca constatazione del vero dramma. Un cantore rilassato nella presenza del Signore manifesta la sua fede, ma un cantore stanco, depresso o anche solamente distratto, indipendentemente dalla sua bella voce, ugualmente esteriorizza la sua disposizione e i suoi sentimenti. Quando ci capita di sentire un cantore che mantiene costante il volume per tutto il tempo, oppure uno che canta ogni sillaba alla stessa lunghezza, senza dare alcun accento, a nessuna sillaba, a nessuna parola, a nessun messaggio, tanto che l’ascoltatore non sente più alcuna differenza tra un salmo alleluiatico e una lamentazione di Geremia, è lecito chiedersi dove stia peregrinando la mente di quel cantore. Forse si sta concentrando su altre cose, magari pure per motivi giustificati, come per esempio sulla difficoltà della tecnica musicale. La buona giustificazione, tuttavia, non cambia il fatto che viene a mancare l’adesione interiore al contenuto delle parole, e in ogni caso, qualunque sia la ragione per la sua disattenzione, essa viene percepita da chi lo ascolta. Insomma, volente o nolente, la voce, bella o brutta che sia, riflette la situazione attuale dell’intimo di chi recita o canta una preghiera, rivela la sua presenza o assenza mentale, la sua attenzione o disattenzione e, quindi, manifesta la sua presente o mancata unanimità con il contenuto di ciò che sta per cantare. È un fenomeno incontestabile, che non solo espone in modo palese la mente e il cuore del cantore, lo stato d’animo di colui che dovrebbe essere l’animatore, ma influisce, sebbene talvolta solo in modo subconscio, sulla disposizione degli ascoltatori. Di conseguenza, nella frase … et sic stemus ad psallendum ut mens nostra concordet voci nostrae, san Benedetto si riferisce non solo alla mente come tale, ma alla mente che ha di fronte delle parole. Egli chiede che l’armonia, intrinseca al significato delle parole, venga ben trasportata, affinché alla fine il tutto diventi davvero una preghiera cantata. Ritornando all’argomento che il canto è solo una parte della liturgia, notiamo che questo fenomeno dell’inevitabile rivelazione dell’intimo accade non solo con il cantore, ma in modo analogo anche con tutti i partecipanti. Ogni comportamento del celebrante, dei concelebranti, dei diaconi e di tutti gli altri ministri, il loro modo di muoversi, di guardare, di annunciare, insomma, di celebrare, non mentisce, anzi comunica l’interiore di ognuno. E se vogliamo ora adattare a tutti noi l’esortazione di san Benedetto, vediamo che egli ci incoraggia a conoscere il senso più profondo delle parole da cantare, dei testi da leggere, dei segni liturgici da compiere, e a interiorizzare il loro significato più profondo, per poi trasmetterlo mediante tutto il nostro atteggiamento, affinché alla fine tutto diventi una celebrazione autentica». (J.P.ABRAHAMOWICZ, Triduo Pasquale – Lectio Liturgica, S.Paolo, 2010, pp. 6-8)
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